Il Lago Rosa, l’Isola delle conchiglie e Gorée: un sogno chiamato Senegal
di Sabrina Quartieri
Spiaggia di Saly
Un elegante pennuto dal becco multicolore si aggira, libero e indisturbato, tra le stradine di una delle mete turistiche più visitate del Senegal: l’isola di Gorée, da cui partirono – per non tornare mai più - ben 20 milioni di schiavi durante i secoli di dominazione portoghese, olandese e francese. Quel tucano, simbolo oggi di libertà, è il primo incontro insolito e inaspettato per chi scende dal traghetto partito poco prima da Dakar. Nel Paese della "teranga" - ospitalità in wolof - l'impatto con la gente del posto è travolgente: già a bordo dell’imbarcazione salpata dalla capitale infatti, il turista viene rapito dai colori dei “Boubou”, gli abiti tradizionali delle senegalesi dirette al mercato di Gorée per vendere i prodotti artigianali. E proprio con queste donne ha inizio un’estenuante quanto divertente contrattazione, per strappare il miglior prezzo ai vari souvenirs proposti. Ma la tappa alle bancarelle è solo l’ultima delle soste da compiere, una volta approdati in quello che fu uno dei centri di transito più importanti dell’Africa per la tratta degli schiavi verso le Americhe.
 
 

Perdendosi tra i vicoli di Gorée, il tempo si fermerà solo dopo aver compiuto un balzo indietro fino al 1536, anno in cui ebbe inizio il trasferimento forzato oltreoceano di milioni di africani in catene (la schiavitù nei possedimenti francesi terminerà solo nel 1848). La “Maison des esclaves”, con le celle di un metro per un metro e 60 e, ancora, un edificio costruito con la forma di antico galeone, la “Statua della liberazione” e, infine, un grande museo ricco di documentazione sono oggi i testimoni di quel periodo buio della nostra storia, per il quale Papa Giovanni Paolo II, proprio da Gorée, chiese perdono. Lo fece rivolgendosi a Dio, parlando per conto di quei «cristiani che si macchiarono del crimine enorme della tratta». Ma perché fu scelta un’isola come centro di transito? La ragione è semplice: gli africani venduti dai capi villaggio in cambio di un’arma da fuoco, se si trattava di un uomo sopra i 60 chilogrammi o di una vergine, e di uno specchio in caso di bambini, venivano catturati nell’entroterra e, quindi, non sapevano nuotare. La fuga da una prigione in mezzo al mare risultava perciò impraticabile. Anche perché, quelle stesse acque erano frequentate da diversi predatori affamati. Come i pescecani, che ricevevano in pasto gli schiavi ammalati, gente senza alcun valore per i padroni bianchi.
 
Visitando la casa degli schiavi e la sua triste “porta del non ritorno” (una volta oltrepassata, si saliva sul galeone e non si tornava più indietro), è impossibile non chiedersi come abbiano fatto i mercanti europei a convivere, senza rimorsi di coscienza, con chi, in quello stesso luogo, provava l’inferno, soffriva e chiedeva pietà. O ancora, gridava da dentro i cunicoli bassissimi destinati ai ribelli che tentavano di opporsi a quel trattamento disumano (Nelson Mandela ci volle entrare come gesto di solidarietà e vicinanza al suo popolo). Per assaporare la quiete di Gorée, un luogo che invita alla contemplazione, l’ideale è trascorrerci almeno una notte. L’atmosfera dell’isola all’ora del tramonto, quando l’ultimo traghetto salpa per Dakar e le strade si svuotano, è magica. I suoi pochi abitanti, una grande scultura a forma di cuore che dà sul mare e un baobab secolare – simbolo della longevità e della saggezza - sono le sole cose che si incontrano girovagando tra i suoi vicoli. I colori pastello degli antichi palazzi e dei ristorantini panoramici affacciati sull’oceano (consigliato “Le Saint Germain” per un’ottima orata, del merluzzo o delle sardine) conferiscono al luogo il tipico sapore coloniale d’antan. Per dormire sull’isola, ci sono diverse soluzioni: si va dalle case private che offrono stanze, ai piccoli hotel come “La maison du marin”. Alberghi modesti ma pieni di fascino, nascosti tra le stradine polverose e piene di fiori di quella che un poeta canadese definì “non una semplice isola, bensì un continente dello spirito”.
 
Il rosa intenso del becco del tucano di Gorée rimanda al rarissimo colore di un lago del Senegal dove, fino ad alcuni anni fa, terminava la famosissima “Parigi- Dakar”. Un bacino idrico salatissimo dalle tonalità così particolari per via della presenza di una strana alga. Raggiungere lo specchio d'acqua Retba e, da lì, percorrere a bordo di un camion 4x4 un tratto della competizione di rally più celebre della storia, è un’esperienza indimenticabile. Soprattutto se si parte verso le ore 14, quando il rosa appare in tutta la sua intensità. E bellissimo è il contrasto che si crea con le sfumature candide delle dune di sale intorno al lago. Per gli stranieri, fermarsi a fare foto in questo scenario è d’obbligo. A rendere tutto più scenografico, sono le piroghe adagiate sul terreno, capaci di esaltare ancora di più le fantastiche sfumature di questo angolo di Senegal. Dopo aver trattato con le donne che provano a vendere i souvenir portati in resistenti copricapo, l’avventura può cominciare: con i possenti 4x4 si attraversano le strade chiuse tra i muri di sale e i piccoli villaggi africani per raggiungere, alla fine, una spiaggia color oro bagnata dall’oceano e che regala tramonti mozzafiato. 

Le tonalità dorate della battigia ricordano un altro luogo altrettanto spettacolare: la riserva di Palmarin, una “casa” sicura per cicogne, aironi cenerini, cormorani e pellicani. In questa parte di Africa inesplorata, le esperienze autentiche sono garantite, soprattutto se si pernotta negli ecolodge fatti di fango che danno sul mare. Rifugiarsi qui qualche giorno permette di scoprire il lato più sincero di questo Paese e le sue tradizioni, a partire dalla lotta nei villaggi. Assistere a un combattimento di ciò che viene considerato lo sport nazionale in Senegal, è un’opportunità da non perdere, anche solo per vedere i campioni che, prima della sfida, mettono in scena antichi rituali tribali di buono auspicio. Magnetica e ipnotica è invece la danza delle donne Sérèr, capaci di ammaliare, divertire e stupire i “goffi” spettatori europei, affascinati dalla totale armonia e disinvoltura dei movimenti.

Palmarin è anche il punto di partenza per una gita dal sapore filantropico alla volta del Delta del Saloum, Patrimonio dell’Umanità Unesco. Trasportati da una coloratissima piroga, la caratteristica imbarcazione senegalese che ogni giorno affronta il mare generoso e ricchissimo, si percorrono diverse miglia fino all’isola di Falia. Un luogo nascosto dove i turisti possono partecipare a un’insolita attività locale sostenuta dall’UNDP, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite. Ovvero, la messa a dimora di piccoli ramoscelli di mangrovia, per contrastare il fenomeno di desertificazione che ha colpito in passato questo immenso patrimonio naturale (un tempo infatti, i senegalesi tagliavano le piante per procurarsi la legna da ardere). La giornata continua con una tappa da sogno su un’isola deserta per un barbecue a base di pesce, un indimenticabile bagno e un po’ di tintarella sdraiati su una spiaggia soffice e bianchissima.

Passando da una location mozzafiato all’altra, in Senegal – strano ma vero – è possibile visitare un posto fatto interamente di conchiglie. Calpestare le sue strade ricoperte da questi piccoli “mantelli” dalle mille forme, per chi viene dal Vecchio continente, non è una sensazione così scontata. Passo dopo passo infatti, si avrà quasi l’impressione di compiere un atto vandalico o, comunque, di deturpare il territorio. Un luogo unico al mondo, e persino sacro in questo caso, perché l’Isola delle conchiglie, nel Paese del Sahel a maggioranza musulmana, è il simbolo per eccellenza della tolleranza religiosa e della convivenza pacifica. Sul suo terreno infatti, a ridosso di un villaggio di 8mila abitanti, viene ospitato un antico cimitero dove riposano insieme cristiani e fedeli di Maometto. Per visitarlo, bisogna arrivare a Joal, la città del primo presidente senegalese e poeta Léopold Sédar Senghor e, da lì, al seguito di una guida locale, attraversare a piedi due ponti. Alla fine del tour, una piroga condurrà i turisti tra le mangrovie, per mostrare loro i campi dove viene coltivato il miglio.

Gorée, il Lago Rosa, Palmarin con il Delta del Saloum e l’Isola delle conchiglie sono le tappe più straordinarie di un viaggio nel Paese che precede l’Africa nera, terra ben nota per i suoi incredibili safari. Ma attraversando il Senegal chilometro dopo chilometro, sono tante altre le bellezze che si possono incontrare. A partire dai maestosi baobab, dove ci si ripara dalle alte temperature africane. Solo al tramonto il silenzio intorno a questi giganti secolari viene interrotto: secondo una leggenda che si tramanda di generazione in generazione, è quello infatti il momento della giornata in cui gli spiriti dei menestrelli lì sepolti escono fuori, per raccontare antiche storie. E sempre i baobab sono i protagonisti di una delle esperienze più adrenaliniche da provare: percorrendo la strada che parte da Saly, località di mare ideale per un po’ di relax (tra i resort, “Le Bouganvillier”, il “Neptune”, il “Saly”, il “Royal Saly, il “Lamantin”, il “Palm Beach”), e che conduce verso la riserva di Bandia, rinomata per i mini-safari tra zebre, giraffe e rinoceronti, sulla sinistra ad un certo punto si noterà un’insegna con scritto: “Accro-baobab”. Ovvero, uno spazio straordinario dove ci si lancia da un albero all’altro con delle liane. Il viaggio nel Paese che ha la forma della testa del leone, le labbra dei bambini sorridenti dei villaggi, l'eleganza delle donne con i “Boubou” e, ancora, l'autenticità delle sue riserve incontaminate, gli occhi profondi di un popolo che ha sofferto e la forza degli uomini che, per sopravvivere, sfidano il mare, si apre e si chiude a Dakar.

Una città che si appresta a inaugurare il nuovo aeroporto il prossimo 7 dicembre, quando inizierà a essere attivo l’hub internazionale “Blaise Diagne” (intitolato al primo deputato nero all’Assemblea francese). La sua capacità sarà di più di tre milioni e mezzo di passaggi, ma l’obiettivo è quello di raggiungere presto i dieci milioni. Chi arriva a Dakar, non può fare a meno di immergersi subito tra i contrasti di questa grande capitale affacciata sull’Atlantico, caotica e magnetica allo stesso tempo. Se la sera il luogo più autentico da vivere è la spiaggia attrezzata de “La Corniche”, dove centinaia di senegalesi si incontrano per fare sport, di giorno le soste da non perdere sono alla baia delle piroghe, per vedere i pescatori locali a lavoro, e al vicino mercato artigianale “Soumbedioune”, per andare a caccia di souvenir. Il Senegal dista cinque ore dall’Italia, se si vola da Milano Malpensa con la compagnia aerea Meridiana, che opera la tratta diretta. Per chi è di Roma ma non vuole fare scali, l’ideale è raggiungere l’hub lombardo la sera prima della partenza e pernottare in zona aeroporto, visto che il volo Meridiana è di mattina presto. Tra le strutture consigliate per servizi e vicinanza ai terminal (l’albergo mette a disposizione gratuitamente e per 24 ore una navetta da e per l’aeroporto), c’è il “First Hotel Malpensa”, a soli cinque minuti di distanza (via F. Baracca 34). Un edificio di design di categoria quattro stelle della catena “Space Hotels”, con connessione internet wi-fi, un ristorante con menu mediterraneo e un’ampia carta dei vini. Per informazioni sul Senegal: www.visitezlesenegal.com; tra le agenzie turistiche locali si consigliano: www.kabavoyages.com e www.actours-senegal.com/italien/; per i voli Meridiana: www.meridiana.it/it-IT.
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